Abolizione dell’Ordine dei giornalisti e la casta che non c’è

di Elia Fiorillo

Se e’ vero – e lo e’ – che l’ipotesi perseguita dalla maggioranza di Governo, con i dovuti distinguo, è quello di cancellare l’Ordine dei giornalisti, allora qualche riflessione e’ d’obbligo. Non solamente sulla “questione Ordine”, ma soprattutto sul “ruolo-potere” che la stampa ha nel nostro Paese.

Lascerei perdere la “Casta dei giornalisti”, in senso generale, perché proprio la vicenda della discussione in Parlamento della modifica della legge 69 del 3 febbraio 1963, quella che regola il settore, e il decreto legge del luglio di quest’anno hanno dato la dimensione vera e reale di quant’essa, appunto come categoria in senso generale, conti. Non è il caso più di parlare allora di Casta, ma di castetta, meglio castina… ina, ina. Altro che corporazione. Ciò perché dopo anni di battaglie e di discussioni non sempre serene, sia il sindacato dei giornalisti, la FNSI, che l’Ordine, per lo meno sul mantenimento dell’Ordine medesimo, erano e sono d’accordo.

Se allora si mette mano e si procede al tentativo di cancellazione vuol dire che alcuni potentati veri, collegati con la politica, hanno deciso di fare il colpo grosso. L’operazione avviene con un emendamento all’art. 29 del decreto legge 6 luglio 2011 n. 98. Esso prevede che “ferme restando le categorie per il cui accesso è previsto l’Esame di Stato (cui l’esame di idoneità professionale per i giornalisti è assimilato), il Governo si riserva di formulare proposte di liberazione di servizi e attività; decorsi otto mesi dalla data di entrata in vigore del suddetto D.L…, tutto ciò che non sarà regolamentato sarà libero”. Ciò significa che il 75% degli iscritti esce fuori. Rimangono solo 20mila giornalisti professionisti. Con questi numeri molto difficilmente l’Ordine riuscirebbe a mantenersi ed anche gli istituti di categoria subirebbero un duro colpo, molto probabilmente esiziale.

Attenzione, quando parlo di categoria dei giornalisti e potentati non mi riferisco agli organismi di rappresentanza, ma a quelle figure – anche a quei giornalisti di primo piano – che si sono sempre scagliate contro il tribunale dei giornalisti e contro il sindacato. E il perché lo si capisce. Un Ordine che sia tale fa rispettare le regole del gioco. Prova a tutelare tutti. Non fa sconti sull’accesso alla professione. Usa la mano pesante per chi gioca, o meglio imbroglia, sul piano deontologico. E’ autonomo dai partiti politici e da tutte le forze economiche e via discorrendo. Chi si sente invece “unto dal Signore”, o ha interessi contrapposti, o pensa di fare i propri comodi, si capisce bene che non può accettare minimamente che i comportamenti e/o le posizioni dei giornalisti possano essere giudicate sul piano deontologico.

Per la politica poi i “corpi intermedi” non sono stai mai ben visti. Meglio il confronto diretto con i singoli, che con le loro strutture di rappresentanza. La discussione, il confronto con le categorie, con i sindacati, è quasi ad armi pari. Non certamente ciò avviene con il singolo giornalista o lavoratore che sia.

C’e’ poi il caso Italia per quanto riguarda l’informazione, dove i conflitti d’interesse sono palesi. Una situazione dove le consorterie editoriali non scherzano in quanto ad intensità di fuoco. L’editore spurio ha mille interessi da tutelare. La stampa diventa una macchina di promozione per altri prodotti, ma soprattutto di creazione o di rafforzamento del “potere”. Per non parlare del rapporto “politica/Rai”.

Se lo scenario è questo, si può ben comprendere il perché la stampa, l’informazione è in difficoltà. Sta purtroppo diventando, suo malgrado, “la voce del padrone”. Non intendo minimamente sostenere però che tutto procede per il verso giusto negli organismi di rappresentanza dei giornalisti. Anzi. La contrapposizione tra Sindacato ed Ordine spesso è strumentale e serve o a nascondere opzioni di potere personale, o collegamenti non ortodossi con la politica. I giudizi deontologici arrivano con ritardo e qualche volta, per i casi più eclatanti, puzzano di mediazione politica. E via discorrendo.

Forse la lezione del blitz soppressivo potrà essere utile a tutti per una riflessione serena che punti all’autonomia vera dell’informazione nel nostro Paese. 

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